in reply to Oblomov

@oloturia @las_lallero (Scusare se m’intrometto). In giapponese esistono vocali corte e lunghe, le prime tutte e le seconde solo “e” e “o”, che quando sono lunghe si pronunciavano e si scrivono tuttora “-ei” e “-ou” (ad esempio 先生 せんせい “sensei” e 微妙 びみょう “bimyou”). Nella pronuncia attuale “-ei” suona “-Éé” e “-ou” suona “-Óó” (uso la maiuscola per indicare dove si calca la voce), sicché per motivi grafici si usa l’accento lungo latino. >
in reply to Humphrey Duncombe

@oloturia @las_lallero > Detto questo, l’accento lungo sulla “ō” si usa non solo col dittongo “-ou”, ma anche quando ci sono davvero due “o” come in 大阪 おおさか Oosaka “Ōsaka”, quindi mettere la “-u” per specificare che è il dittongo “-ou” e non la doppia “-oo” non lo condannerei, non lo faccio io per primo, ma non lo condannerei.

Per il resto: no a “schiscietta” (???) e alla milanesizzazione, sì a pietanziera o scatola del pranzo o bentō.

in reply to Oblomov

@las_lallero

Circa. Il bello del giapponese è che... si legge sempre come si scrive (lo so sembra strano, ma è vero) almeno per quanto riguarda gli alfabeti fonetici (hiragana e katakana). Ha un paio di eccezioni, tipo は che usato come particella si pronuncia WA anziché HA (WA sarebbe わ normalmente) ma a parte questo veramente molto poco.

Poi sì ci sono alcune more (che sarebbero questi simboli fonetici, non sono propriamente sillabe) che fanno delle cose diverse, come il piccolo tsu che raddoppia le consonanti che seguono o per l'appunto la u che allunga l'o (o la i che allunga l'ultima e, infatti sensei si dovrebbe dire sensé).

Diciamo che noi che usiamo l'alfabeto latino abbiamo risolto la cosa con le doppie, gli accenti e gli umlaut.

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